lunedì 9 novembre 2009

Libere divagazioni su di un incontro pericoloso...


Auto-avvistamento su specchio infranto
(foto di Maurizio Crispi)

(VC) - Attento, Maurizio, attento a non stazionare troppo a lungo in questa posizione di autoavvistato!
E già, mi scuserai il gioco di parole ma il tuo auto avvistamento su specchio infranto sta determinando una "infrazione".
Maurizio, non ti sei accorto di essere in divieto di sosta?
In effetti uno specchio infranto per un appassionato autoavvistatore è una occasione irrinunciabile. E' molto probabile che diversi autoavvistatori, prima di te, siano rimasti, come dire “in trance”, rapiti dall'effetto autoavvistante creato dallo specchio infranto e che in tale posizione siano rimasti per parecchie ore creando problemi di traffico e di posteggio. Ecco quindi che si è reso necessario il cartello di divieto. Maurizio, fuggi alla fascinazione dell'autoavvistamento. Frida, mordicchialo, tiralo via prima che qualche solerte gendarme non lo colga in sosta vietata e lo multi a norma di codice o peggio, ne disponga la rimozione forzata!

(MC) - Auto-avvistamento con esito in rimozione forzata! Mi piace! In effetti, Frida cercava di tirarmi via per togliermi dall'impiccio...
I cani hanno il sesto senso per queste cose e bisogna fidarsi del loro intuito...
Peraltro, il cartello di divieto di sosta serve ad avvisare i passanti un po' narcisi di non indulgere troppo a lungo in auto-contemplazioni compiaciute, dal momento che il proprio sguardo riflesso nei frammenti dello specchio potrebbe assumere delle valenze un po' medusee con immediato effetto di pietrificazione del malcapitato (e in questo caso sarebbe il proprio stesso riflesso a causare una situazione di terribile pericolo, a differenza che nel mito di Perseo che, com'è noto, potè uccidere Medusa guardandola mai direttamente ma soltanto indirettamente nel riflesso del proprio scudo). E' un po' come un moderno canto delle Sirene: i passanti sono sedotti anziché da un melodioso canto, dal potere della propria immagine riflessa... Quel divieto di sosta è una sorta di "avviso ai viandanti"...
Aggiungerei anche, stimolato dall'arguta nota del mio amico Enzo, che uno specchio infranto (o rotto) porta sfiga (credo che, secondo la tradizione popolare, uno specchio rotto porti "sette anni di guai!"). E ciò è legato sia all'elevato valore simbolico dello specchio, all'attribuzione ad esso di un forte potere (perchè rimandando l'immagine dimostra in qualche modo di possederla, in "un mondo al di là", ma anche al fatto che lo specchio - oltre che oggetto "potente" era anche - subito dopo che gli uomini impararono a costruirlo così come oggi lo conosciamo - un oggetto costoso che non tutti potevano permettersi di acquistare.
Per tutti questi motivi urge allontanarsi dal fortuito ritrovamento il più rapidamente possibile...

(DA) - Ma ci sarebbe da parlare anche di Alice attraverso lo specchio, allora!


(MC) - Ma, in quel caso, lo specchio deve essere integro... Anche la storia di Alice la dice lunga su quanto lo specchio sia un'oggetto dotato d'una sua intrinseca forza... Poi, secondo alcune teorie psico-dinamiche (Lacan, Olievenstein) la metafora dello specchio infranto rappresenta un momento dello sviluppo del bambino che, per vari motivi, non si vede più riflesso dalla propria madre nella sua interezza, ma frammentato e scomposto (come se si vedesse appunto riflesso dalla superficie di uno specchio percorso da mille crepature): un vero e proprio evento destabilizzante nella crescita evolutiva del Sè, che potrà portare negli anni successivi quell'adolescente a ricercare esperienze (tra cui anche le droghe) che ricompongano l'immagine del proprio Sè spezzettato.



Perché si dice che lo specchio rotto porta sfortuna?

È probabile che questa credenza sia legata al forte valore simbolico dello specchio: oggetto "magico" capace di duplicare le cose, ma anche le persone. Questa caratteristica può aver spinto le generazioni passate a pensare che infrangere l'immagine riflessa equivalesse in qualche modo a uccidere la persona stessa o a farle del male, un po' come avviene nei riti Vudu, quando gli stregoni seviziano con spilloni una bambolina che rappresenta il malcapitato destinatario della sciagurata influenza.
Come tutte le superfici capaci di riflettere le immagini (vetro, acqua, metallo), fin dall'antichità lo specchio è stato considerato carico di poteri magici. I Romani pensavano che esso permettesse di osservare tutto ciò che avveniva nelle parti più lontane dell'Impero. Religioni come l'Islam o l'Ebraismo, invece, consigliano di capovolgere gli specchi durante la veglia funebre, per evitare che essi impediscano all'anima del defunto di lasciare il mondo terreno.
Lo specchio è presente anche nelle pratiche di stregoneria, reali o fantastiche: Caterina de' Medici divinava attraverso uno specchio "magico", e la regina cattiva di Biancaneve gli sottoponeva ogni giorno il celebre quesito: "Specchio, specchio delle mie brame: chi è la più bella del reame?


I coniugi Arnolfini
(Johannes van Ejck)

giovedì 5 novembre 2009

Man-panchine: insidiose trappole, misuratori della forza dell'amore oppure strumento di ascesi?


Una mano nel c... non sempre è una pacca!
(foto di Giuseppe Catalano)

(MC) - Possibili definizioni: mano-panchina o panchina-mano? Oppure, volendo intetizzare: "man-panchina", "manchina" o "panchi-ma"... Sarebbero dei possibili neologismi per un oggetto sicuramente ibrido che meriterebbe una sua specifica nomenclatura... Per altri versi, spostandoci nel territorio del perturbante, si tratta indubbiamente di una panchina inquietante: se la sua consistenza lapidea fosse soltanto un inganno per l'incauto "appanchinante" e se il comportamento dell'insolita "manpanchina" (apparentemente accativante, perchè sembra offrire con quelle ditone un abbraccio avvolgente al suo utilizzatore) fosse analogo a quello dei fiori carnivori?
Che poi, Zac!, si chiudono sull'ignaro insetto per digerirlo con tutta calma.
Non dico altro per non spaventarvi troppo...
Un ringraziamento a Giuseppe Catalano per averci messo sull'avviso circa l'esistenza di queste minacciose "man-panchine"... "L'invasione delle manpanchine" (ricalcante il più celebre "L'invasione degli ultracorpi") potrebbe essere il titolo di un'interessante film di fantascienza di prossima uscita. Ma, ahimé, come testimonia questo avvistamente, le man-panchine sono già tra noi!!! Però, queste man-panchine potrebbero tornare utili: ho in mente due o tre persone che manderei volentieri a sedercisi su...

(GC) - Io non ci vedo nulla di inquietante, anzi, quest'insolita panchina potrebbe essere una mano che aiuta a sollevare il morale e il fisico a gente che lo tiene molto in basso. Penso anche che Maurizio veda troppi film di fantascienza, tipo 20.000 leghe sotto i mari, etc. Secondo il mio modesto parere, la panchina che ho fotografato è una mano che ci porta in alto, per farci vedere le cose da un altro punto di vista.

(MC) - Caspita, anche questa è una bella lettura! Come a dire che la man-panchina possa essere la mano d'un gigante ultraterreno che ci solleva in alto per portarci più vicini al cielo... Mi viene in mente la celebre scena del film King Kong (e dei suoi diversi remake) in cui la gigantesca scimmia solleva con infinita delicatezza la sua bella (Fay Wray, nel primo film del 1933, Jessica Lange, nel remake di Guillermine del 1976, e Naomy Watts, nel film di Peter Jackson del 2005), racchiudendola nel palmo della sua mano sino ad averla all'altezza degli occhi per poterla esaminare meglio... Ma tralascio quest'associazione, perchè poi Giuseppe mi viene a dire che mastico troppa fantascienza! Ogni oggetto si presenta a noi in modi diversi. Ognuno di noi osserva le cose utilizzando dei propri vertici di osservazione peculiari. Ognuno "interpreta" ciò che vede e, quindi, davanti ad uno stesso oggetto, davanti uno stesso pezzo del "reale", possono coesistere diverse letture. Così facendo, applichiamo alle cose un "pensiero debole", anzichè una lettura monolitica che non dà spazio a visioni alternative... E' questo il gioco: le immagini che ciascuno di noi offre agli altri diventano giocattoli ( o, meglio ancora, dei "dispositivi") che consentono delle speculazioni ed attivano un percorso di ermeneutica.
Attraverso questo processo condiviso (e divertente) si arriva ad una visione "complessa" in cui tanti livelli diversi si compenetrano e raccontano storie, oppure sono il punto di partenza per narrazioni divergenti, ciascuna delle quali può avere una sua dignità...

(GC) - Posso essere d'accordo con molta parte di queste lettura... Anzi lo sono, tranne che per il percorso di "ermeneutica" che Maurizio propone. Una foto deve e può essere letta in due modi, o semplicemente riferendosi a (guardando) quello che è impresso, o con gli occhi della fantasia (vedendo quello che si vuole vedere).

(VC) - Credo di aver letto da qualche parte (ma non ne sono tanto sicuro) di questa mano di pietra come monolite parente della ben più nota "bocca della verità". Al noto tondo stacca-mano sarebbe apparentata dalla comune missione di smascherare i "cattivi" o non sinceri sentimenti dei convenuti.
Vuole la leggenda che innamorati pronti a giurarsi eterno amore fossero soliti provare la veridicità del proprio sentimento appanchinandosi nella manona granitica.
Al primo bacio la mano avrebbe percepito il calore prodotto dal vero amore ed essa stessa si sarebbe riscaldata ed ammorbidita, perchè l'amore, si sa, fa sciogliere anche i sassi, ed avrebbe avvolto con dolcezza i due cuori creando, solo per loro, una invalicabile "alcovina".
Nessuna violenza è descritta per i finti innamorati desiderosi soltanto di ostentare un sentimento inesistente, in questo caso la pietra, che è fredda conduttrice di calore, si sarebbe raggelata sempre di più, sempre di più, sino a congelare le terga dei due appanchinati senza amore i quali, in tale condizione, a causa di un fastidio insopportabile, sarebbero stati indotti a desistere da quella farsa.
Alzandosi ognuno di loro, andando da solo per la propria strada avrebbe avuto come primo desiderio quello di darsi delle autopacche sul sedere congelato ed anestetizzato per riattivare la circolazione, altro che baci.
Proprio l'opposto dell'idillio!

martedì 3 novembre 2009

L'errore crypto e le sue conseguenze: forse dovrei provare a volare...


Errore crypto (foto di Vincenzo Cordovana)

Ipermercato, carrello pieno di spesa, latte, acqua, mozzarella, cioccolato, Nesquik, Coppa Malù ecc., insomma, generi di prima necessità. Sono alla cassa. Mi predispongo al pagamento con il Bancomat, digito con la riservatezza del caso (anche se sono solo non si sa mai) il mio bel codice ultrasegreto ed attendo che la gradevole cassiera completi l'operazione. Brevi attimi di attesa (c'è sempre un po' di trepidazione quando si attende l'esito di una transazione elettronica, in fondo dipendiamo dal benestare del Server) e poi il triste verdetto: “Transazione negata – Errore Crypto”.
La simpatica cassiera fa anche lei la faccia sconsolata e poi aggiunge: “...strano errore Crypto, è la prima volta che mi capita, mah ...!!!”.
Errore Crypto .....!!!
Che sarà mai?
Quando il Bancomat restituisce un messaggio di transazione negata ci si sente in dovere di diversi discolpare, come se vi fosse la presunzione di essere un pericoloso contraffattore di carte elettroniche testé smascherato, ma io in questa occasione ho sfoderato un colpo d'autore e, invogliato dall'attraente cassiera, sono passato all'attacco replicando: “... forse crypto sta per Kryptonite e la Kryptonite non era quella sostanza che poteva uccidere Superman? Non vorrei che tra la mia spesa vi fosse anche un pezzo di Kryptonite che ha impedito la transazione e che lei pensasse che io sia Superman, stia tranquilla!!! E' vero che Superman potrebbe anche presentarsi con la sua identità segreta, ma le garantisco di non essere Superman!".
La simpatica cassiera ha sorriso con un sorriso aperto e disponibile (quale ragazza non farebbe gli occhi dolci ad un ipotetico Superman?) ed io ho pagato con altra moneta e sono andato via...
Secondo me, nella cassiera, si sarà insinuato un po' di dubbio riguardo alla mia vera identità ma quello che è preoccupante è che un po' di dubbio è rimasto anche a me.
Forse dovrei provare a volare...

(MC) - Secondo me nell'errore "crypto", in cui sei incorso, ci sono numerosi risvolti che vanno esaminati... Allora, innanzitutto, Crypto (titolo originale in lingua inglese: Digital fortress) è il primo romanzo thriller di Dan Brown (autore di "Il Codice da Vinci" e di "Angeli e demoni") che, scritto nel 1998 e pubblicato in Italia nel 2006 dopo il planetario successo de "Il Codice da Vinci", ha a che fare con un algoritmo ricorsivo che, per motivi di sicurezza nazionale USA, deve essere decifrato, ma si scopre essere super-blindato.
Ma se Crypto lo scriviamo con il K davanti, "Krypto" per intenderci, abbiamo la sorpresa di scoprire questo nuovo elemento che mi era del tutto ignoto ed entriamo in un universo sfaccettato: Krypto è un personaggio dei fumetti DC Comics. Apparso per la prima volta su Adventure Comics n. 210 del marzo 1955, il supercane, è uno dei superanimali più famosi e popolari. A Krypto si è ispirata una popolare serie di cartoon della Warner Bros mandata in onda a partire dal 2005 (Krypto the Superdog).

Ma, tornando all'opzione "crypto" = "Kryptonite", consideriamo che vi sono diversi tipi di Kryptonite. Vediamoli.

  • La kryptonite verde: la più famosa, indebolisce i kryptoniani fino a ucciderli, se l'esposizione è eccessivamente lunga;
  • La kryptonite rossa: provoca effetti imprevedibili che durano circa 24 ore. In un'occasione, ad esempio, Superman regredì fino all'infanzia, in un'altra divenne un gigante, oppure gli crebbero improvvisamente in maniera incontrollata barba e unghie; 
  • La kryptonite blu: agisce solo su Bizzarro, il clone imperfetto di Superman;
  • La kryptonite bianca: è capace di distruggere ogni forma di vegetazione;
  • La kryptonite dorata: è in grado di far perdere per sempre ogni potere ai Kryptoniani;
Sarei portato a focalizzare la mia attenzione sugli effetti temibili della Kryponite rossa. E non vorrei che la simpatica commessa (magari una Lois Lane in erba), ascoltando la tua battuta, abbia potuto pensare che tu - in quanto Superman di cui hai svelato con leggerezza e poca cautela l'identità - potessi non già morire a causa dell'"errore crypto", ma presentare all'improvviso -  magari nel corso della transazione stessa - improvvise ed incontrollabili anomalie morofologiche (e/o comportamentali) dovute al fatto che il tuo nemico Lex Luthor avesse abilmente nascosto nel carrello della tua spesa un piccolo quantitativo della temibile Kryptonite rossa...
Come alternativa, avrà potuto pensare che tu invece celassi la verà identità di Krypto the Superdog... In entrambi casi, si è profilata una situazione alquanto imbarazzante... cioè quella del possibile disvelamento di un'identità che andrebbe tenuta segreta a tutti i costi...

 (VC) - Quindi la cassiera si sarebbe subito identificata in Lois Lane e come tale avrebbe cercato di proteggermi dagli effetti devastanti della malefica sostanza. Come ricompensa, la dovrei avvolgere nel mio mantello e farla volare ad ultravelocità per tutta Metropolis...

 (MC) - Direi proprio! E' il minimo che tu possa fare! Ma Enzo dimmi: allora, sei veramente Superman?

lunedì 2 novembre 2009

Panchine a schiera ad Aspra



Panchine sprecate
(foto di Vincenzo Cordovana)

L'amministrazione del borgo marinaro di Aspra, in provincia di Palermo, merita una nota di encomio. Avendo molto a cuore il relax e la capacità dei suoi cittadini di produrre associazioni libere ha, infatti, riempito il lungomare di numerosissime panchine a schiera. Purtroppo, però, i cittadini dimostrano di volere snobbare l'iniziativa e disertano le panchine. Forse le panchine di Aspra sono oggetto di strumentalizzazione al centro di un boicottaggio politico.
Pepponi e Don Camilli di Aspra, ma non vi rendete conto che le panchine non sono nè di destra nè di sinistra e che l'Uomo ha due natiche, una a destra ed una a sinistra?
E dire che molti altri sognatori panchino-privi sarebbero felici se potessero fruire soltanto della metà di queste panchine. Alcuni addirittura se le sognano.
Che dire, è proprio vero il detto che all'incirca recita così: "Il Buon Dio dona il pane a chi non ha i denti".

(MC) - Oppure, qualcun altro disse (o scrisse): "Don't throw pearls to swine"!
Per alcuni versi, la disposizione delle panchine "a schiera" non è forse molto idonea al relax, e probabilmente potrebbe indurre nei potenziali utenti qualche perplessità, se non addirittura qualche legittimo sospetto, circa la possibilità dell'esposizione di eventuali utilizzatori collettivi ad un "appanchinamento di massa", propedeutico ad un comizio, ad indottrinamento politico, a propaganda elettorale, magari anche obbligatorio.
Come mio gusto personale, preferisco le panchine in ordine sparso, organizzate nello spazio con poca o nulla simmetria. Per tornare al tema delle natiche (o terga che dir si voglia), dovremmo sempre ricordare (a noi stessi in primo luogo) che esse rappresentano il massimo del pareggiamento democratico tra le genti e gli individui, ed anche il minimo denominatore comune dell'eguaglianza sociale. Montaigne, grandissimo saggio e pensatore graffiante, disse con un aforisma lapidario: "Si haut que l'on soit place, on n'est jamais assis que sur son cul".

(VC) - Maurizio, caspita, non ci avevo proprio pensato. Tu ritieni che il "panchineto" possa essere stato voluto dall'amministrazione comunale per il proprio tornaconto politico: e, in effetti, la disposizione delle singole panchine con punto di osservazione in posizione obbligata lo lascerebbe ipotizzare. Se così fosse, altro che encomio! Devo anche dire che a pensare questo sei stato un po' malignetto però, come disse un noto personaggio politico, "Chi maligna fa peccato ... ma spesso indovina!".

(MC) - A questo punto mi strappi quasi una risata sardonica, caro Enzo!

(VC) - Stupendo, più che esilarante. Mi scaricherò  dal web la risata sardonica e la caricherò sulla mia pen-drive, così da averla sempre con me.

[A questo punto il multiverso prende il sopravvento e, nel nostro dibattito scaturito dal "panchineto", si inserisce una voce nuova (GI) che, evidentemente riluttante ad accettare l'idea del "panchineto" edificato dal regime per fini di propaganda politica, introduce con forza il rimando alla panchina-fai-da-te che dovrebbe essere un autentico must per i cultori e gli amanti della panchina frugale ed estemporanea]

(GI) - Vi invito a dare un occhiata a questo video in cui vengono date indicazioni su come costruirsi una semplice panchina...

(MC) - Interessante, molto interessante... Ancora, questa ci mancava:  la "panchina-fai-da-te"!

(VC) - Ivano Fossati parecchi anni fa ha scritto una canzone dal titolo "La costruzione di un amore" che, a suo tempo, mi sembrava stupenda e che oggi mi sembra una cagata. Col tempo cambiano tante cose. Dico questo per introdurre una proposta: perchè non trovare un giovane cantautore (cantautrice) per invitarlo (invitarla) a scrivere un pezzo molto più attuale dal titolo "La costruzione di una panchina"? Il successo sarebbe planetario. A questo "evento" farebbe sicuramente seguito un convegno dal titolo "Bricolage e musica d'autore".

(MC) - ...per panchine d'autore?

domenica 1 novembre 2009

Tarzàn innamorato two


(Foto di Maurizio Crispi)

Tarzan innamorato però, non trovando la sua "Scimmietta", ogni tanto si spazientisce ed il suo diuturno richiamo a "Scimmietta" si tramuta in un grido belluino... quel famoso grido che tante volte abbiamo sentito nei film di Tarzan e che, mixato con tanti suoni diversi, venne addirittura sottoposto a brevetto.

(VC) - Il richiamo della foresta, evviva, forse c'è ancora una speranza, non tutto è perduto, possiamo ancora ritrovare il Paradiso.
Nel primo rigo Tarzàn chiama la sua “scimmietta” secondo il linguaggio della cultura dominante che ha appreso da poco. Ma in questo caso la cultura dominante fa fiasco e la scimmietta con due emme rimane dove si trova, forse non lo sente nemmeno e se lo sente non lo capisce.
Il secondo rigo potrebbe essere chiamato il rigo di Tarzàn alla riscossa.
Come possiamo notare comincia a venire fuori la vera natura dell'uomo scimmia. Il modello di cultura dominante che Tarzan stava per introiettare comincia ad involversi, a sgretolarsi sotto la spinta della vera passione e dell'animalità che è in Tarzàn (chissà se esiste anche in noi) e, al contempo, inizia a riemergere, prepotente, il linguaggio della natura. Prova ne sia che “scimmietta” in blu e con due correttissime emme perde improvvisamente una emme e diventa (dai Tarzàn fai riemergere l'animale che è in te) “scimietta”, scritto in rosso con una sola emme. Comincia a fare capolino un accenno del celeberrimo urlo. Al terzo rigo è ritornato lui, Tarzàn, il vero uomo scimmia, il Signore della giungla. 
Il linguaggiaccio (per esprimere il concetto di "brutto linguaggio" ho usato un termine molto brutto e di nuovo conio) che Tarzàn credeva di dovere imparare e che non gli sarebbe servito per parlare dritto sino al cuore della sua "scimietta" ormai non esiste più, s'è dissolto, sgretolato. Al suo posto riemerge l'unico, solo, vero urlo belluino di Tarzàn, quella emissione di pura forza ancestrale, per noi priva di valore semantico, ma capace di sottomettere (alla faccia dell'assenza di valore semantico) tutti gli animali della giungla.
La sua “scimietta” è tornata da lui, ma anche Jane si è fatta avanti e sembra disponibilissima (noi, ovviamente e secondo quanto propostoci dall'iconografia cinematografica, la preferiremmo alla scimietta).
Tarzàn, ora, è tornato ad essere felice ed anche noi, senza accorgercene, stiamo sorridendo.
E' proprio un bel finale! 
La “scimietta”, “Jane”, tutte le femmine della giungla sono contente del ritorno di Tarzàn e vorrebbero accoppiarsi con lui.
Nel sentire ciò noi sorridiamo con quel sorrisetto malizioso tipico dell'uomo culturalizzato e represso: “... Ehi! Tarzàn, questa sera sì che avrai di che divertirti...!!!"

sabato 31 ottobre 2009

Primizie di caldarroste palermitane


Caldarroste

Siamo quasi a Novembre e già le nostre strade iniziano ad esser gradevomente invase dal fumo e dal caratteristico odore delle caldarroste. E già, un bel pacchetto di castagne arrostite è proprio irresistibile!
Basta un braciere ben alimentato ed il rito della castagna arrostita si rinnova e si consuma (e, nelle regioni del Sud, la castagna arrostita è un vero rito).
Per molta gente che vive a Palermo non esiste autunno senza il familiare “fumo bianco” che avvolge l'intera strada. Molti scherzano quando dal braciere si diffonde il bianco prodotto di quella combustione “stuzzicapalato” ed i più spiritosi arrivano a dire simpatiche battute del titpo: “...mizzica, guarda quanto fumo bianco, e che hanno fatto il Papa...?”. Tutti gli amici scoppiano in una fragorosa risata e, con l'acquolina in bocca, si precipitano ad acquistare quella prelibatezza.

(VD) - Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere le deliziose caldarroste, sarebbe stata una visione più.......bella! Che schifo!!!!!

(MC) - Da questo calderone, verranno fuori sicuramente delle belle caldarroste "sopraffini"... Le voglio proprio gustare... Enzo, ci inviterai alla prossima infornata?


Caldarroste e coppino di carta
(foto di Maurizio Crispi)

lunedì 26 ottobre 2009

Panchina nostalgia


Panchina triste...
(foto di Valentina Dolcemascolo,
già comparsa in FB nel gruppo "QUELLI, KE LE PANCHINE")

(VC) -  Strano, molto strano. Questa panchina triste lascia muti, ad osservare senza parole. Forse ha la carattertistica di trasmettere uno stato di tristezza contagiosa. L'espressione “panchina triste” in questo caso non attiene ad uno stato d'animo evocato in noi da un contesto o da una rappresentazione, no, non credo che sia così. Questa panchina è triste perchè vivente esse stessa e perchè ha perso la speranza. Forse sperava di diventare una apprezzata panchina panoramica, del tipo di quelle che anche noi abbiamo più volte celebrato, oppure una “panchina rosa” per appanchinamenti romantici. Purtroppo ognuno ha il suo destino ed il destino non è stato generoso con questa panchina collocandola a ridosso di un muro invalicabile che delimita un passaggio cittadino, probabilmente orientata verso un secondo muro che controdelimita la stradina. La panchina è, infatti, collocata in una piazzuola che collega le due rampe di una scalinata abbastanza impegnativa e sembrerebbe piazzata lì soltanto per fornire un breve sollievo alla fatica della salita. E' infatti poco probabile che, nella foga della discesa, si decida di soffermarsi ed attergarsi su quei listelli consumati (tutti conosciamo il noto adagio che testualmente recita che “...a scendere tutti i santi aiutano...”). L'utenza della panchina quindi, se tale ipotesi fosse confermata, sarebbe limitata ad obesi anziani e cardiopatici che durante il percorso di risalita potrebbero soffermarsi attendendo l'attenuazione della tachicardia e di un'eventuale, minacciosa, extrasistolia. Tale doveva essere l'intuizione del governo cittadino quando, diversi anni or sono (la panchina è indubbiamente datata) ne decise la realizzazione. Ma, con la commercializzazione di moderni efficacissimi farmaci per lo scompenso cardiaco, anche il cardio-paziente ha acquisito maggiori capacità prestazional-performative e l'impiego della panchina risulta ormai pressocchè nullo.
Non un libro letto, non uno sbaciucchiamento in questa povera panchina consumata.
E, così, la nostra panchina giace solitaria, incurvandosi sotto il peso degli anni.
Gli anziani in risalita che prima la frequentavano, adesso, rivitalizzati dai moderni prodotti che le multinazionali del farmaco hanno messo in commercio con la complicità di medici compiacenti, sembrano dei giovanotti.
Ad invecchiare è rimasta soltanto lei.

(MC) - Posso soltanto dire che, di primo acchitto, ciò che mi ha colpito della "panchina triste" è quel leggero assetto curvilineo delle sue doghe, come se nel corso dei secoli (mi vien da dire così) fosse stata fedele ad intere generazioni di utilizzatori, salendo all'indietro di generazione in generazione. Ad accrescere quest'aspetto antico e di stanchezza, si aggiunge l'acciottolato di pietre di fiume e l'erbetta verde che cresce gentile tra i suoi interstizi ed anche quei gradini con l'alzata ripida d'una tipica via di paese.
Un percorso prima frequentato da muli ed asini di ritorno dalla campagna e dai loro conducenti, ed ora del tutto disertato in conseguenza della crescente ed ubiquitaria motorizzazione.
Forse, adesso la panchina è triste perchè, dopo secoli di buon servizio, nessuno ci si siede più.
I giovani graffitari pensano ad altro: disegnano sui muri, li "taggano" e poi si seggono sui sedili dei loro motorini a ciondolare.
Mai, anche se si spingono sin qui a disegnare i loro writing, i motorini - a causa dei gradini - non li possono portare sino alla panchina.
Quindi, dopo aver disegnato e consumato le loro vernici spray, se ne tornano alle loro cavalcature metallo-plastiche.
Quindi, anche da loro la vecchia panchina viene disertata e se ne rimane trascurata e negletta... a sognare di tempi migliori...
Oggi, nessun nonno dice al proprio nipotino: "Anche tu un giorno verrai qui a sederti su questa vecchia panchina assieme al tuo nipotino, proprio come stiamo facendo noi adesso...".
Chissà quante storie ha ascoltato questa panchina triste e quante ce ne potrebbe raccontare: forse, se ci fermassimo e glielo chiedessimo, non sarebbe più così triste e qualcuna di quelle storie la sussurebbe a noi riconoscente dell'attenzione.